Lo storico Tommaso Baris
racconta che a Castrocielo, un tentativo di furto da parte dei soldati provocò l'uccisione di tre persone.
Alcuni soldati russi,
appartenenti probabilmente alla 92° divisione di fanteria, entrarono il pomeriggio del 17 marzo 1944 in una casa
abbandonandosi al saccheggio e provocando la reazione dei proprietari. Uno dei due soldati fu ucciso dal figlio dei
proprietario che poi fuggì, dandosi alla macchia, mentre l'altro militare rimasto ferito riuscì a dileguarsi. Durante
la notte, guidata dal soldato superstite, una pattuglia tedesca ritornò sul posto uccidendo il proprietario ed
effettuando, con la collaborazione di una giovane italiana, un rastrellamento nelle case vicine, che portò alla
fucilazione di altre due persone e al ferimento di una terza del tutto estranei ai fatti. I familiari degli uccisi si
salvarono scappando e unendosi a un gruppo di profughi provenienti dal fronte, eludendo, l'indomani, le ricerche dei tedeschi.
I cadaveri dei fucilati, mostrati agli abitanti per individuare le famiglie delle vittime e coinvolgerle nella rappresaglia,
furono lasciati per oltre due settimane in piazza, come era già avvenuto nel novembre 1943 a Villa Santa Lucia. L'azione dei
soldati era tesa a ribadire il proprio ruolo di dominio e, nel contempo, a punire indistintamente gli abitanti di una zona in
cui si erano avuti segnali di opposizione. Non vi fu alcuna indagine per accertare l'identità del responsabile della morte
del soldato tedesco, ma una più generale rappresaglia per terrorizzare la popolazione locale, giudicata in toto, se non
responsabile direttamente, certamente ostile e perciò passibile di punizione.